Fino a qualche tempo fa, un tempo che ora sembra molto lontano, nelle piccole e grandi città, passeggiando per le vie del centro si potevano vedere e sentire gli artigiani all’opera nelle loro botteghe. Scalpelli e altri oggetti di cui ormai ignoriamo l’esistenza, manovrati dalle sapienti mani dei maestri artigiani che creavano opere rare o di uso quotidiano, sotto i nostri occhi, senza trucchi o l’ausilio di grandi macchinari, ma solo con il talento e l’esperienza maturata in anni di apprendistato. Le botteghe ci ricordano anche i grandi artisti rinascimentali che lì “imparavano” a dipingere, partendo comunque da una base di genio. Oggi sono rimasti in pochi, soprattutto nelle metropoli, dove al loro posto sono comparsi negozi che vendono prodotti in serie da sconosciuti, con marchi di fabbrica impersonali. Raffaella Paleari e Nicolò Massa Bernucci hanno fotografato gli ultimi artigiani ancora attivi: i restanti baluardi di antichi mestieri si mostrano nell’allestimento “Artefici – breve racconto fotografico di una realtà che sopravvive” curato da Studio Pivot al Flatland Studio della Città dell’Altra Economia, visitabile dal 10 al 12 Ottobre dalle 17 alle 19.30 (ingresso libero). Gli scatti raccontano mestieri affascinanti quanto faticosi, tecniche lunghe e complicate, abbandonate a favore di procedimenti all’avanguardia che purtroppo tengono più a distanza l’artista dal prodotto. I vecchi artigiani, maestri e artisti che ancora si tramandano i propri saperi da generazioni, sono presenti in strade che da sempre a Roma vengono frequentate da personalità creative ed estrose: da via Margutta a via di Ripetta. Protagonisti degli scatti, oltre agli artigiani laziali, quelli sardi, toscani e liguri: ogni realtà regionale è stata presentata in un “Commentario digitale” che ne spiega i dettagli e le curiosità. Un breve percorso (con uno sguardo anche all’estero), che ci fa tornare indietro nel tempo permettendoci di fare di nuovo una passeggiata tra le botteghe, sbirciando calzolai, ebanisti e altri “artefici” ancora alle prese con le loro creazioni uniche.

 

“Anche quando si parla di intrecci si risale ad una competenza millenaria. La facilità di reperire la materia prima, in una terra come la Sardegna, ricca di erbe e paludi, e la maggior semplicità di lavorazione, hanno fatto sì che nell’isola il cestino abbia avuto una diffusione enorme come utensile familiare, sicuramente superiore a quella del vaso che aveva lo svantaggio di una lavorazione più specialistica. Nata come attività riservata alle donne, la cestineria isolana vanta una tradizione lunghissima e radicata nei secoli. Tra i saperi manuali acquisiti sin dalla preistoria, la tecnica dell’intreccio comporta specifiche abilità in particolare delle dita nella manipolazione di materiali naturali: dalle fibre vegetali - quali le erbe palustri, le graminacee, le foglie, le cortecce e i rametti di varie piante - alle fibre animali - dai capelli al crine, alla lana, alle penne, ai tendini. Per ogni pezzo, sono necessarie almeno sette ore di duro lavoro e meticolosa attenzione. Nella lavorazione, l’intreccio inizia dal centro, a formare la base solida; la corona intorno viene poi arricchita da decori e disegni. I più ricorrenti sono motivi geometrici, animali stilizzati come il cavallo o la pecora e anche floreali. Le varie forme tramandate sono legate all’esigenza di praticità, grandezze diverse corrispondono infatti a diverse materie da contenere e a diversi usi; si passa quindi dal piccolo canestro a quello più ampio per la farina, sino a quello ancora più grande per conservare il pane. Le decorazioni, ottenute tramite un gioco di contrasti con le tonalità tenui della paglia o della palma nana, si distinguono leggermente a seconda della zona” da “L’arte artigianale delle maschere di legno e della cestineria in Sardegna” a cura di Elena Bozzo



 


 

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