Non è la solita, ennesima mostra sull’Impressionismo” così in conferenza stampa la curatrice Federica Pirani ha presentato “Gemme dell’Impressionismo”. A lei si è aggiunto l’Assessore alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica, Flavia Barca che ha illustrato la collaborazione con la National Gallery of Art di Washington: un gemellaggio senza prezzo, costituito dallo scambio della “Venere capitolina” e il “Galata morente” per ricevere l’ampia raccolta di capolavori impressionisti. La pittura en plein air, ritratti e autoritratti, donne amiche e modelle, la natura morta, Vuillard e Bonnard, l’eredità dell’Impressionismo: questi i temi della mostra, che in patria ha il titolo di “Intimate Impressionism”. Quando si parla di “mecenati” tutti pensano all’Italia rinascimentale, alle grandi famiglie, dai Medici ai Borghese con le loro collezioni uniche, ricche di capolavori ammirati ancora oggi. Questa esposizione ci fa scoprire invece i meno celebri mecenati statunitensi, su tutti la famiglia Mellon, che ha raccolto e poi donato centinaia di opere ora presenti alla National Gallery of Art di Washington, fondata da Andrew W. Mellon nel 1936. Iniziamo il nostro percorso da “Argenteuil” come l’ha vista Monet, per poi ritrovarci nella serenità dei campi di Renoir, tra vendemmiatori e chi raccoglie fiori. Al precursore Boudin sono succeduti i più grandi esponenti del movimento impressionista, “gemme” immancabili: la distesa di tulipani di Van Gogh e le ballerine di Degas. Tra loro Sisley, Seurat, Cézanne, Toulouse-Lautrec, Pissarro mostrano paesaggi d’altri tempi: dalle corse di cavalli a idilliaci scorci di colorate campagne. Ci avviciniamo ad osservare le pennellate rivoluzionarie che hanno fatto “impressione” alla critica dell’epoca, tanto da essere rifiutati al Salone Ufficiale, senza intuire che quella sarebbe diventata una delle correnti artistiche più apprezzate al mondo. I soggetti classici hanno lasciato spazio a scene di vita quotidiana: da quelle dei contadini a ritratti di famiglie borghesi. L’arte fatta di semplicità con il tempo è diventata esclusiva, in possesso di collezionisti che hanno dovuto pagare cifre record per poterne godere in privato ma che, per nostra fortuna, in molti casi hanno scelto di donare al mondo. Giudicare un prodotto artistico è da sempre impresa ardua ma, tra le numerose citazioni riportate nella mostra, scopriamo la teoria di Renoir in merito: “Le due qualità di un’opera d’arte? Deve essere indescrivibile ed inimitabile”. Qualità che abbonderanno fino al 23 febbraio 2014 sulle pareti del Museo dell’Ara Pacis.



 


 

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