Louise Nevelson (Pereyaslav-Kiev, 1899; New York, 1988), scultrice americana di origine russa, approda a Roma presso il Museo Fondazione Roma, nella sede di Palazzo Sciarra, con un’esposizione che vanta oltre 70 opere, volte a ricordare il prestigioso contributo dell’artista verso l’arte statunitense del Novecento. La mostra, curata da Bruno Corà e inaugurata il 15 aprile prosegue il percorso incentrato sul mondo femminile, andando alla ricerca di quelle donne artiste che, purtroppo poco note in Italia, sono state punti di riferimento nell’arte contemporanea, come Niki de Saint Phalle, le cui opere furono esposte nel 2009 e Georgia O’Keeffe nel 2011. Le sculture di L. Nevelson, russa di nascita ma naturalizzata americana, riflettono la relazione con l’arte europea dei primi del Novecento, in particolare con i nuovi linguaggi delle avanguardie storiche del cubismo, dadaismo e surrealismo scoperte durante i suoi viaggi in Europa. Le influenze di queste correnti sono chiaramente visibili nelle sue creazioni, alle quali l’artista unisce  l’interesse verso l’arte dei nativi americani e le civiltà precolombiane, trasmesse da Diego Rivera e Frida Kahlo, frequentati da L. Nevelson negli anni trenta.  La sua ricerca scultorea si focalizza sull’assemblaggio e sulla sovrapposizione di pezzi di mobilio recuperato per le strade di New York, caratterizzandosi per l’impiego del legno e per l’uso di tre colori: nero, bianco e oro che dovranno sempre rimanere divisi. L’artista sosteneva infatti che ogni colore avesse un’alta carica simbolica imprescindibile l’una dall’altra: il nero conteneva tutti i colori, non rappresentando una negazione ma al contrario un’accettazione; il bianco andava ad esplorare la dimensione nuziale mentre l’oro richiamava l’origine antica e sacra dell’arte. L’esposizione, realizzata con il patrocinio dell’Ambasciata Americana, intende ripercorrere cronologicamente il percorso di L. Nevelson, partendo da alcuni piccoli manufatti e disegni degli anni trenta, quaranta e cinquanta per poi proseguire attraverso opere verticali e orizzontali di legno nero degli anni sessanta. Con delle creazioni prevalentemente verticali invece, risalenti agli anni ottanta, si chiude la prima parte della mostra per accedere alla sala che ospita l’opera ("Dawn’s Host", 1959) che segna il passaggio dal nero al bianco, avvenuto negli anni cinquanta. Impossibile non rimanere scossi alla vista della più grande opera dell’artista: "Homage to the Universe" (1968) che, date le sue dimensioni (otto metri di lunghezza), occupa un’intera sala. Proseguendo lungo il percorso incontriamo anche collages che rifiutano la colorazione uniforme delle opere precedenti e riflettono una particolare attenzione ai piani prospettici. Nelle ultime due sale, infine, abbiamo un richiamo alla città tanto amata dall’artista, New York, e tre opere di colore oro che risalgono agli anni sessanta. La necessità di armonia è alla base di tutti i lavori di L. Nevelson: le forme non sono mai assemblate senza un certo rigore ma, al contrario, si può notare un equilibrio delle masse, un bilanciamento attento e accurato. All’interno della mostra troviamo anche alcune fotografie che ritraggono l’artista nel suo studio oppure in occasione di alcune esposizioni fuori New York; da esse emerge il suo essere profondamente stravagante ed eccentrica, esageratamente e orgogliosamente donna, vistosa e mai banale. Una figura che merita uno studio approfondito, quella di Louise Nevelson, che rifiutò l’adesione alle correnti del momento per essere solo se stessa. Questa predisposizione alla libertà e all’uscita dagli schemi la porterà a dedicare la sua vita interamente all’arte (privilegiandola anche rispetto alla famiglia), lottando per esprimere il suo personalissimo bagaglio interiore, ricco e affascinante. 



 


 

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