Riapre a Firenze, dopo nove mesi di chiusura, il Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, con una mostra dal titolo "Anche le sculture muoiono", che dialoga con la mostra di sculture ellenistiche "Potere e Pathos" ospitata al piano nobile. Il titolo deriva da un documentario del 1953 di Chris Merker e Alain Resnais, “Les statues meurent aussi”, il cui inizio, lapidario, recita: “Quand les hommes sont morts, ils entrent dans l'histoire. Quand les statues sont mortes, elles entrent dans l'art. Cette botanique de la mort, c'est ce que nous appelons la culture”. La mostra, curata da Lorenzo Benedetti, direttore del De Appel Arts Centre di Amsterdam, vede esposte le opere di 13 artisti contemporanei, che si interrogano in modo diverso sul dialogo tra l'uomo e l'arte, ovvero sull'arte e la sua museificazione, e, soprattutto, sul rapporto tra arte e tempo. La mostra di bronzi ellenistici del piano nobile espone opere ritrovate per caso, in mare, o in pozzi, opere in alcuni casi frammentarie, opere realizzate in bronzo, materiale ritenuto molto duraturo: il direttore della Fondazione Palazzo Strozzi Arturo Galansino ricorda il monumentum aere perennius, “monumento più perenne del bronzo”, oraziano, per dimostrare quanto questo materiale fosse ritenuto longevo dagli antichi, longevità che è stata smentita dalla storia. La mostra si interroga su questi limiti del linguaggio scultoreo, limiti creati sia dal tempo che dalla società (come già avvertiva lo scultore Arturo Martini, autore di “La scultura lingua morta” nel 1945, libro sulla crisi della scultura che è stato tenuto presente nell'allestimento della mostra). Il bronzo, proprio per questi motivi, è materiale ricorrente nelle opere della mostra, in presenza o in assenza: l'olandese Mark Manders, che ha esposto le sue opere in uno spazio che vuole ricordare lo studio dell'artista, come se questo vi stesse lavorando, con opere ancora in fieri, circondato da cellophane, ha creato delle sculture che sembrano in argilla (materiale da lavoro, effimero, con crepe e spaccature), ma in realtà sono in bronzo, trattato per sembrare argilla; Giorgio Andreotta Calò ha voluto fermare il tempo nel bronzo, esponendo delle fusioni in bronzo dei pali di legno della laguna di Venezia, la sua città, usati per ormeggiare le barche e consumati dall'acqua fino a raggiungere la forma di una clessidra (Clessidra è il titolo dell'opera); il portoghese Francisco Tropa ha ricreato in bronzo uno scheletro umano, dando poi ai pezzi ottenuti l'aspetto di ossa: si delinea un cerchio in cui l'uomo crea il bronzo, che a sua volta crea l'uomo; la danese Nina Beier ha inserito nella sua opera tre sculture bronzee conservate nel deposito del Museo d'Arte Moderna di Palazzo Pitti. Infine, il diretto rapporto con le statue esposte al piano nobile è dato dall'opera dell'austriaco Oliver Laric, che espone riproduzioni ottenute grazie alla scansione di opere provenienti dal Museo Archeologico di Firenze, presenti nella mostra di Palazzo Strozzi. Nella mostra non sono esposte solo sculture, ma anche video, come nel caso dello spagnolo Fernando Sànchez Castillo, che mostra la distruzione della statua di un dittatore, fotografie (l'opera dell'americano N. Dash, che riduce in brandelli e consuma la tela fino a farne una microscopica scultura aniconica, che poi fotografa, unendo così pittura, scultura e fotografia) e costruzioni modulari. Gli altri artisti presenti in mostra sono gli italiani Francesco Arena e Dario d'Aronco, la tedesca Katinka Bock, gli americani Oscar Tuazon e Michael E. Smith, l'inglese Michael Dean.



 


 

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