Secondo i sondaggi periodicamente condotti dal sito ‘Operabase’, il portale più seguito dai melomani e dai professionisti, “Carmen” è stata per decenni l’opera più ascoltata e forse più vista al mondo. Soltanto di recente è stata superata dal “Don Giovanni” di Wolfgang Amadeus Mozart, ma si è trattato di un breve interludio. Nel 2011, Carmen era di nuovo in testa, superata però da “La Traviata” nel 2013. È, comunque, una delle opera più viste e più ascoltate, anche grazie alle versioni cinematografiche, principalmente quella di Otto Preminger negli Anni Cinquanta e quella di Francesco Rosi negli Anni Ottanta. Sino a tempi recentissimi, la si presentava nell’edizione messa a punto per l’Opera di Vienna nel 1875 dal mesteriante Ernest Guiraud che aveva non solo musicato le parti parlate ma rimaneggiato, malamente, l’orchestrazione. Nell’allestimento in scena a Roma, viene offerta come la compose Bizet: l’orchestrazione è l’originale, più ruvida di quella taroccata da Guiraud, ma più affascinante. Tuttavia date le difficoltà di dizione del cast internazionale, le parti parlate sono accompagnate (dalla partitura di Guiraud) come Bizet si era impegnato a fare nel contratto con Vienna che non poté assolvere a ragione della sua prematura improvvisa morte. Non ha nulla del colore “verista” delle “Carmen” che imperversavano sino alla fine degli Anni Ottanta. Da un lato, richiama i madrigali polifonici (il quintetto del secondo atto) e, dall’altra, è protesa verso un espressionismo che mai prese radici in Francia, ma creò una grande scuola in Germania. La messa in scena di Emilio Sagi ci porta in una Spagna lontana dal technicolor ma grigia, marrone e bianca (intramezzata da rossi scuri); un clima, quindi, espressionista più che folkoristico. L’azione, inoltre, è situata non a metà Ottocento ma negli immediatamente precedenti la guerra civile in un’atmosfera, quindi, macera e pregna di tensione. Lo spettacolo viene dal Municipal di Santiago del Cile. Quindi, è concepito per poter essere spostato da un palcoscenico ad un altro. Semplicissima la scena; una costruzione fissa che , con tele dipinte, luci ed un minimo di attrezzeria, nonché soprattutto luci, diventa di volta in volta una piazza di Siviglia, la taverna di Lilas Pastias, una sierra, e lo spazio antistante la Plaza de Toros. Molto belli i costumi di Renata Schusstein. Efficaci le danze di Nuria Castejon. Notissima la vicenda: alla “femme fatale” Carmen, divoratrice di uomini e distruttrice di se stessa, viene giustapposto Don José, buon ragazzo della Navarra, ma traditore della sua dolce Micaela prima di venire lui stesso tradito dalla protagonista con il torero Escamillo. La concertazione di Emanuel Villaume è curata nel dettaglio, piena di vigore e di “tinta”. Tiene i tempi molto meglio di quella di Barenboim ascoltata alla Scala. Intercetta a pieno le finezze dell’orchestrazione originale (che delizia l’assolo del flauto nell’intermezzo!). Il coro diretto da Roberto Gabbiani è , come sempre, molto professionale. Deliziose le voci bianche curate da José Maria Sciutto. Erano stati annunciati mostri sacri come Anita Rachvelishvili (lanciata da Daniel Barenboim e Emma Dante alla Scala) e Alexsandr Antonenko (l’’Otello’ preferito da Muti). Hanno dato forfait per malattia (o forse per il contenimento dei cachet. Quale che sia la ragione, meglio così. Ho espresso le mie perplessità su Anita Rachvelishvili quando debuttò nel ruolo il 7 dicembre 2009 alla Scala. Alexsandr Antonenko è un ottimo Otello, ma il ruolo di Don Josè richiede una vocalità differente, molto più dolce e molto più sfumata, ed una tessitura che arrivi al ‘sì naturale’. Ambedue, poi, hanno difficoltà con il francese, specialmente con le gutturali di cui è pieno il testo. Sono stati sostituiti da due giovani strepitosi: Clémantine Margaine, perfetta nel ruolo sia come attrice sia come cantante, e Dmytro Popov, un ucraino di scuola francese che è sì un tenore spinto ma dal fraseggio morbido ed in grado sia di ascendere ad acuti spericolati sia di discendere ad un registro relativamente più basso. Si sono meritati applausi a scena aperta ed ovazioni alla fine. Di grande livello, Eleonora Buratto nel ruolo di Manuela. Buono Kyle Keteksen in quello di Escamillo. Gli altri, numerosi, hanno dato prova di essere una compagnia affiatata che ha avuto buona presa sul pubblico.



 


 

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