Al di fuori del mondo del balletto, pochi sanno che uno dei maggiori coreografi del Ventesimo Secolo, Maurice Béjart (1927-2007) ha lasciato la propria eredità artistico professionale al Tokyo Ballet, una compagnia di oltre 100 tersicorei che quest’anno celebra il cinquantenario dalla propria fondazione. La compagnia non si esibisce unicamente nei maggiori teatri giapponesi. E’ giunta alla 27sima tournée internazionale ed ha lavorato in 152 città di trenta Paesi (per un totale di 740 rappresentazioni). In Italia, è stata vista diverse volte alla Scala. A Venezia ha effettuato spettacoli sia al Teatro La Fenice sia a Piazza San Marco sia infine al Maggio Musicale Fiorentino, per un totale di 113 rappresentazioni in 14 tournée. Il tour dell’estate 2014 (il cinquantenario verrà celebrato in Giappone tra qualche settimana) è consistito di 16 rappresentazioni, principalmente in Austria e Germania, ma è terminato con due recite nel quadro spettacolare delle Terme di Caracalla a Roma. Nonostante i romani conoscano il Tokyo Ballet principalmente tramite i Dvd e i canali televisivi specializzati, e che in un caldo fine settimane di giugno preferiscano raggiungere le vicine spiagge della costa tirrenica oppure ‘farsi vedere’ al weekend inaugurale del Festival di Spoleto, la vasta platea (4500 posti) è stata affollatissima in ambedue le rappresentazioni del 27 e del 28 giugno. Il programma, presentato, nel corso di questa tournée anche in Austria e Germania, comprende un trittico béjartiano con la musica su supporto magnetico. Le serate alle Terme di Caracalla sono state indubbiamente più suggestive di quella altrove poiché hanno avuto come unica scena le rovine illuminate da giochi di luce (in linea sia con la partitura sia con la coreografia). La prima parte del trittico è stato Danse Grèques su musica di Dimitri Teodorakis. Nasce nella tradizione della musica popolare-folcloristica, ma a differenza di altre letture delle sette ‘danze’ che compongono la partitura, la coreografia non pone l’accento su questi aspetti ed utilizza al minimo i passi di danza della tradizione e cultura ellenica. E’ invece un’interpretazione dall’interno, delle radici profonde di un popolo che ha costruito una cultura propria recependo anche aspetti di tradizioni altrui per giungere ad uno stile che evoca profumo e colore ed è al tempo stesso classico e contemporaneo. In un grande rigore – ovviamente – stilistico e formale. Il secondo momento è un breve Don Giovanni su una partitura giovanile di Chopin, con alcuni echi di Mozart. Sono variazioni solo per ballerine, fanciulle che attendono il seduttore della loro immaginazione. Eleganza e grazia dominano la coreografia. In conclusione, Le Sacre du Printemps di Igor Stravinskij di cui nel 2013 si è celebrato il centenario. Nel 1913, a Parigi, al Théâtre des Champs-Elysées, scatenò un vero scandalo e una vera battaglia. Partitura breve (35 minuti) ma estremamente complessa, portava, con violenza (ancor più marcata in quanto alternata a momenti delicatissimi), la musica slava e le antiche danze uraliche (dense di ritmo) al pubblico europeo su un libretto incentrato sul sacrificio umano (di una vergine) per celebrare il rito dell’arrivo della primavera. Su “Le Sacre” si è scritto moltissimo. Il vostro chroniqueur rinvia al saggio di Ada D’AdamoDanzare il Rito: Le Sacre du Printemps attraverso il Novecento” e all’autobiografia di Igor Stravinskij per soffermarsi sul concerto. La partitura era radicale nel 1913 e lo è ancora oggi. E’ un radicalismo astuto, basato su un’attenta combinazione di musiche tradizionali uraliche e timbri d’avanguardia. Stravinskij ed il coreografo Diaghelev (ambedue sepolti, per loro scelta, a Venezia) erano ottimi impresari e cercavano lo scandalo. Lo ebbero alla prima. La coreografia di Béjart non segue il libretto con i suoi artifici pittoreschi ma è un inno ad una doppia unione: quella tra uomo e donna (da cui nasce la vita) e quella tra cielo e terra, che rende eterna la primavera.



 


 

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