Tratto liberamente (prestate attenzione a questo termine) da alcune delle più celebri pagine dell'Antico Testamento, il lungometraggio di Ridley Scott è un piacevole passatempo per gli amanti dei film d'azione in salsa storica. Di certo si tratta di un prodotto accattivante, con un 3D curato a trecentosessanta gradi e un gusto cromatico apprezzabilissimo, ma questo non basta a compensare la sceneggiatura superficialissima che sostiene (malamente) questo peplum contemporaneo. I coup de théâtre della storia,che ci si aspetterebbe grandiosi, né stupiscono, né convincono: le apparizioni di Dio sono risolte con la sua incarnazione in un bambino piuttosto antipatico che serve il tè, mentre la divisione delle acque del Mar Rosso risulta essere drammaticamente assente, poiché, com’è evidente, il Signore ha preferito più comodamente togliere il tappo dal fondo e prosciugare l’intero mare. Ben illustrata è invece la sequenza dedicata alle piaghe d’Egitto, presentate come una sequenzadi eventi logicamente concatenati secondo le leggi fondamentali della natura. Ma quello che delude maggiormente è l’assenza di un approfondimento psicologico dei personaggi, appiattiti e descritti banalmente, oltre che inaspettatamente presentati sotto una luce del tutto nuova (e molto discutibile). Mosè è irascibile e violento e nemmeno il periodo nel deserto e il primo colloquio con Dio riescono a cambiarlo, tutt’altro. Infiammato dalla sua missione di liberare il popolo ebraico, decide di addestrare i suoi alla guerra e, compiendo atti di terrorismo e massacri, si vendica degli egiziani senza pietà. L’uomo che dopo qualche tempo si farà portavoce delle leggi divine, tra cui “Non rubare” e “Non uccidere”, passa metà del film ad appiccare incendi, rubare cavalli ed incitare gli ebrei alla violenza. Strano che un fulmine divino non abbia colpito gli sceneggiatori durante la stesura dello script. Questo nuovo Mosè, interpretato con passione dal sempre convincente Christian Bale, è talmente paradossale e sgradevole che quasi siamo spinti a simpatizzare con Ramses II, un faraone tutto per la famiglia e l’ordine sociale, un Joel Edgerton così amorevole con moglie e figlio che scioglie il cuore, tanto da farci dimenticare i suoi crimini (comunque apparentemente inferiori a quelli del rivale guerrafondaio). Qualche parola anche sui costumi, che per Mosè puntano su un look da Lancillotto ante litteram e per Ramses creano una serie di outfit così cafoni da esser degni di un’ipotetica versione egiziana di “Jersey Shore”. Indimenticabile il bustino di perline con bretelline copri-capezzoli. Se non altro almeno per Sigourney Weaver i costumi hanno aiutato, senza tutto quell’oro e quei fastosi copricapi non ci saremmo mai accorti della sua presenza. Per concludere, una pellicola che più che raccontare la sofferenza del popolo ebraico e la sua liberazione, si concentra sulla punizione degli egiziani e la sete di vendetta degli schiavi. Un lungometraggio che non è minimamente degno di essere considerato un film biblico, semmai un film ricco di effetti speciali sull’epica storia di un pazzo invasato, questo sì. Col merito però di indurci nella tentazione di riscoprire quel vero capolavoro che fu “I X Comandamenti” (1956) di DeMille, purtroppo o per fortuna irripetibile. Amen.



 


 

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