A seguito di un incidente stradale, il vincitore del premio Pulitzer Jake (Russel Crowe) perde la sua amatissima moglie e si ritrova solo a New York a crescere la figlia Katie. Il tragico episodio ha però lasciato nello scrittore un segno che si traduce in convulsioni frequenti che lo costringono al ricovero presso un ospedale psichiatrico. Conseguenza inevitabile sarà quella di dover lasciare la piccola e adorata figlia nelle mani della zia Elizabeth, una strepitosa Diane Kruger che interpreta la sorella ferita della madre defunta di Katie, e del marito di lei William, abile e ricco avvocato newyorkese. Tra flashback ricorrenti e frequenti crisi di panico dovute al suo scomodo passato, Katie (la sempre più bella Amanda Seyfried) intanto cresce e diventa una ragazza di ventisette anni molto impegnata al lavoro ma con una vita sentimentale allo sbando. I temi che per la società italiana restano ancora tabù – il sesso, la malattia psichica, i traumi infantili – vengono finalmente scardinati dagli attori americani, i quali si sentono molto più a loro agio nell’affrontarli, cercando soluzioni piuttosto che farsi abbattere dai giudizi, accettando la situazione e superandone le relative difficoltà piuttosto che farsi prendere dallo sconforto e dallo spavento. L’abisso enorme che separa l’interpretazione d’oltreoceano da quella nostrana risiede proprio nella naturalezza con cui i protagonisti combattono le difficoltà: nessuno si tira indietro ma tutti lottano per la vita, per l’amore, per il prossimo, per rendere la realtà un posto migliore. Di qui l’appello, nascosto dietro le righe, del regista Gabriele Muccino: italiani, lasciate cadere maschere e pregiudizi. Siate più coraggiosi. Siate forti. O, almeno, provateci.



 


 

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