Giorgio Bassani, autore del “Giardino dei Finzi Contini”, scrisse che Wimbledon è la cattedrale del tennis.  Anni di frequentazione all’All England Club mi fanno dire che i verdi campi di Church Road non hanno molto di religioso. Non vi è nulla di sacro nelle coppette che contengono non meno di dieci fragole con dairy cream (non panna, per favore!), e neppure nei duecentomila bicchieri di aperitivo alla ciliegia Pimm’s che vengono consumati nelle due settimane di svolgimento del torneo più importante del mondo. Fiumi di birra e tè freddo confliggono con ogni idea di religiosità. In passato, l’inchino dei giocatori verso il Royal box, in presenza di un membro della famiglia reale allargata, poteva assomigliare a una leggera genuflessione; ma ora la riverenza non c’è più. Forse è rimasto un unico sacerdote, il giardiniere capo che prega, a seconda dei casi, per la pioggia o il secco, e perché i giocatori siano di “piede leggero” per non rovinare i campi. Più che esperienza religiosa, come la descrisse Bassani, Wimbledon per l’appassionato di tennis, è un’emozione senza eguali. I dirigenti del club sono maestri di stile e tradizione, abilissimi nel continuare a trasmettere emozioni al pubblico. Entrare attraverso le Doherty Gates, i cancelli dedicati ai fratelli pluricampioni, e leggervi le parole di Kipling sulla vittoria e la sconfitta entrambe impostore, vedere all’opera gli atleti in divisa rigorosamente bianca – quest’anno senza alcuna concessione, neppure a una striscetta colorata – passare accanto alla statua di Fred Perry, poter vedere le partite sui campi secondari nelle tribunette a pochi metri dai giocatori, osservare gli honorary stewards, spesso anzianotti e comunque rigorosamente in giacca e cravatta, che indirizzano gli spettatori verso i loro posti numerati nel Centre court, o sui campi uno e due con gentilezza estrema, tutto questo trasmette emozione. Il comportamento del pubblico nelle tribune è esemplare, gli applausi vengono equamente suddivisi fra i due contendenti, gli “ohhh” durante un bel punto testimoniano la passione e la competenza di chi guarda. Tutto è bello a Wimbledon, anche la pioggia che costringe il referee, il giudice arbitro, a sospendere gli incontri. Rapidissimi, gli inservienti abbattono la rete dei campi e coprono i prati con teloni impermeabili. Lo speaker ufficiale avvisa il pubblico che l’impeccabile servizio meteorologico prevede che si potrà riprendere “fra 45 minuti”. Immancabilmente, dopo tre quarti d’ora i teloni vengono ripiegati. Nel Centre court non è necessario. Da pochi anni è in funzione un avveniristico tetto retraibile, che consente la prosecuzione degli incontri. Nell’attesa, i membri del club e gli ospiti del Royal box s’affollano nel bar e nel ristorante aperto solo a loro. I soci portano la cravatta verde e viola, i colori del circolo, e un dischetto all’occhiello della giacca. Gli ospiti sono sempre molto ben vestiti, secondo la tradizione britannica. Cortesie d’obbligo a parte, raramente i due gruppi si mischiano fra di loro. Da qualche anno a questa parte, nel Royal box fanno la loro apparizione attori e attrici, altre star del mondo dello spettacolo, e campioni di altri sport – come, ad esempio, sir Sebastian Coe, pluricampione olimpico del mezzofondo. La famiglia Middleton, Pippa in testa, è sempre presente. Alla fine, a premiare il vincitore, sarà Edward, duca di Kent e presidente del circolo. Una cerimonia breve, stringata, preceduta dalle consuete parole del duca con i raccattapalle. Nessun discorso, nessun podio come al Roland Garros parigino, solo una splendida coppa consegnata nelle mani di chi, nel nostro sport, passerà comunque alla storia. Alla fine, Wimbledon è un torneo di tennis. E allora perché milioni di appassionati di tutto il mondo partecipano ogni anno alla lotteria che assegna i biglietti? Perché migliaia di persone passano le notte in coda per procurarsi un ingresso, magari soltanto per il ground, i campi secondari?  L’unica risposta che so dare è questa: forse i Championship non sono un’esperienza religiosa; ma io, personalmente, non cambierei una giornata sui campi verdi dell’All England Club con nient’altro al mondo. 



 


 

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