Sono andata a Parigi un mese dopo gli attentati, respingendo con fatica la preoccupazione di chi mi chiedeva di non partire, ascoltando chi invece mi spronava a farlo. Tra questi ultimi c'erano due miei coetanei, Federica e Vincenzo, gli amici che mi hanno ospitato. Prima di arrivare, anticipo loro che vorrei andare sui luoghi degli attentati. Per noi che rimaniamo su questa terra e che a volte tendiamo a dimenticare, per rispetto alla memoria di chi in quei posti ha lasciato la sua vita, decido di voler raccontare. Gli occhi per vedere, d’altronde, quelli sono miei. E le orecchie per sopportare quel silenzio ossimorico, a tratti troppo sordo, a tratti assordante di urla e di rumori di spari, quelle sono mie. "Ok Elena" - mi risponde Federica - "Qua è tornato tutto alla normalità, giustamente. In Italia invece hanno esasperato le notizie". Le credo. La settimana prima avevo visto un reportage passato in prima serata dalla televisione italiana che rappresentava una Parigi nel caos. L'unico modo per capire la reale situazione è quello di partire per la capitale francese e di fare quello che è macabramente definito il tour de la morte. La mattina successiva al mio arrivo, la mia amica Federica va a lavorare, Vincenzo invece viene con me, vuole accompagnarmi. Lui lavora nella ristorazione e fino a qualche settimana prima era in servizio in un locale non lontano dal Carillon e da Au Petit Camboige, verso il canal Saint-Martin. Arriviamo a Rue Alibert, all’incrocio in mezzo ad una strada vuota, a destra il Carillon e a sinistra Au Petit Camboige. Restiamo in silenzio. Non c’è niente da dire. Andando via ci fermiamo all’angolo tra Rue Alibert e Rue Marie et Louise. Vincenzo ha visto una persona che conosce da Maria Luisa, un locale ancora aperto adiacente a quelli degli attentati, e vuole salutarlo. Entriamo, è mezzogiorno e il personale sta pranzando. Ci accoglie il proprietario mentre Vincenzo si avvicina a parlare con Luca, il pizzaiolo italiano dagli occhi troppo rossi e un velo sul viso che non riesco a decifrare. Ci presentiamo ma non parliamo a lungo: si instaura un silenzio complicato finché lui ad un certo punto ci indica un buco sul muro del locale dalle pareti rosa chiaro. “È una pallottola” – dice Luca toccando con le sue mani da lavoro quel solco sulla parete. “È arrivata fino a qui, ma non ha colpito nessuno”. Sono spaventata perché temo che questo racconto possa ricordargli l’orrore che ha passato e che gli si legge negli occhi lucidi. Credo che anche Vincenzo provi la stessa sensazione e decidiamo che è meglio non trattenerci oltre. Con la Vespa, ci incamminiamo verso il Bataclan e ripercorriamo quella strada che pensiamo possano aver fatto i terroristi nella notte del 13 novembre, armati e a piedi lungo il canale. È sabato a Parigi e là, fuori dai locali, inizia ad esserci la fila per andare a mangiare a pranzo. Davanti al Bataclan l’atmosfera è diversa. C’è un gendarme che controlla la situazione con l’arma al collo, noi arriviamo nel momento del cambio della guardia con una collega della Gendarmerie. Mi guardo intorno e dalla stessa porta di servizio dove poche settimane prima fuggivano le persone che assistevano al concerto adesso c’è un inserviente in bianco che fuma lì appoggiato. La mia attenzione viene catturata dalla ragazza accanto a me, poggiata sulle sbarre che contornando il locale chiuso. È bionda, alta e così carina. Fissa la fotografia di una coetanea con i capelli neri, spillata sopra della carta che involge dei fiori colorati. Sono le 13:30 ormai, lei ha la borsa da lavoro. Deve essere qui in pausa pranzo. Non leva lo sguardo da questa fotografia poi si gira verso di me e la vedo in faccia. Sta piangendo. Negli occhi azzurro lieve ha ancora l’immagine che guardava a capo chino, è così vicina che riesco a vedere il viso della ragazza ritratta nella fotografia dentro il suo sguardo. Sono davanti a lei ma è come se non mi vedesse. Apro la bocca per dire qualcosa, ma non esce niente. Chiedo a Vincenzo di andare via. Sta iniziando a diventare troppo. È d’accordo. Non so cosa lui abbia visto, non ne parliamo. Finiamo a Place de la République, da qui poi le nostre strade si dividono fino a sera. Quando mi levo il casco, mi guardo nello specchietto retrovisore della Vespa: “gli oggetti nello specchio sono più vicini di quanto appaiano”. Ho il viso freddo e bianco. Ho il rossetto rosso sui denti. Mi è venuta in mente mia zia, che ha vissuto per lungo tempo in un appartamento al Marais, là dietro. Quando mi vede struccata, dice sempre: “Sai, les Parisiennes sono sempre talmente belle, anche solo con un filo di rossetto” mentre mi consiglia di mettere sulle labbra quel rosso che, lei dice, sta tanto bene addosso. Eppure, quel rossetto che uso quasi tutti i giorni per andare in ufficio adesso lo trovo sbagliato. È dello stesso colore del sangue. Il sangue delle persone che sono morte quel 13 novembre. Ormai è sbiadito e con un fazzoletto lo levo definitivamente pensando: “Chissà come mi è saltato in mente di mettermi, oggi, uno stupido rossetto rosso”.



 


 

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