Arriviamo al Kansai International Airport situato su un’isola artificiale nella Baia di Osaka e realizzato dall’architetto Renzo Piano. Gli impiegati giapponesi non fanno altro che correre, particolarmente quando gli facciamo notare che una delle valigie non è arrivata a destinazione. Dopo aver compilato una serie di moduli e comunicato con una trainee dell’aeroporto in dubbio inglese, ci avviamo per prendere l’Osaka Airport Limousine che altro non è se non una linea di bus locali (molto lontana dalla classica idea di “limousine”). Attraversiamo la bruttissima periferia di Osaka e arriviamo alla stazione di Umeda verso le 11 del mattino. Nei pressi della stazione ci imbattiamo in uno dei tanti negozi di elettronica: questo ha 9 piani, occupa un isolato intero e al suo interno familiarizziamo con un robot. Decidiamo di cercare l’albergo ubicato a  pochi minuti a piedi da Umeda e, su indicazione dell’addetta al centro per il turismo giapponese, ci infiliamo in un sottopassaggio imbattendoci prima nell’Hilton Plaza poi nel Ritz Carlton, quest'ultimo decorato con splendidi addobbi floreali natalizi. Un ragazzo giapponese a cui chiediamo indicazioni decide di aiutarci in un inglese finalmente comprensibile e ci accompagna all’hotel che era ad una decina di minuti di distanza (ci eravamo un po’ allontanati). Dopo aver lasciato la valigia, abbiamo un pochino più di confidenza con la zona: prendiamo Yotsuhashi-suji verso la stazione, superando a piedi le fermate di metropolitana Kitashinchi e Nishi-Umeda (corrispondente al tratto fatto prima nel sottopassaggio). Ad Umeda ritiriamo il Japan Rail Pass e prendiamo la JR Osaka Loop Line verso Morinomiya, la cui fermata è a 15 minuti dal Castello di Osaka. Qui abbiamo un primo assaggio di cultura giapponese: nonostante il Castello sia stato ricostruito in cemento dopo varie sventure (fulmini, conflitti a fuoco e i bombardamenti del 1945), nei dintorni ci sono ancora piccoli templi in legno dove decidiamo di fare una preghiera suonando una campana e suscitando in noi il dubbio di una improvvisa conversione buddista in atto. Estesi i giardini intorno al Castello che, con la fioritura dei ciliegi, devono essere stupendi. Torniamo indietro stanchi e affamati: dopo una tappa all’Herbis Plaza per comprare vestiti di prima necessità dal fedele UNIQLO, prendiamo un ascensore in una scena alla Sofia Coppola (in Lost in Translation, i protagonisti si ritrovano da soli in un ascensore in cui sono gli unici occidentali) imbattendoci in un curiosissimo Pokemon Center e andiamo a cenare in un ristorante di ramen adocchiato nella via dell’hotel. Siamo ancora gli unici occidentali in mezzo ai giapponesi che, cordiali e riservati, mangiano in maniera rapidissima (io sono anche l’unica donna). Stremati e infreddoliti ripieghiamo per andare a riposare: nonostante l’invitante spettacolo jazz nel bar dell’albergo, fully booked, complice la notte insonne in aereo crolliamo alle 7 di sera!

Film consigliato: Lost in Translation di Sofia Coppola
Lettura consigliata: L’impero dei segni di Roland Barthes 
 
Tappa successiva: NARA
 
OSAKA in 1 giorno:


 


 

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