È certamente doloroso apprendere che per 182 musicisti del Teatro dell’Opera di Roma Capitale sono iniziate le procedure di licenziamento. Tuttavia, lo avevamo anticipato già questa estate, a fronte della gravissima situazione finanziaria della fondazione lirica e degli scioperi indetti da masse artistiche per le rappresentazioni di Bohème alle Terme di Caracalla. Vent’anni fa dalle colonne de Il Foglio e de Il Messaggero avevamo auspicato che la fondazione venisse posta in liquidazione e la struttura fisica del teatro venisse affidata a un impresario che, come si faceva sino all’inizio del Novecento, ne affidasse “stagioni” anche di poche settimane a compagnie italiane e straniere di qualità, magari differenziando i prezzi dei biglietti a seconda dell’importanza della compagnia ospitata. La proposta ebbe il plauso del mai troppo compianto Giuseppe Sinopoli (che subì offese di ogni genere da maestranze della fondazione) e da Franco Mannino. Non se ne fece nulla, allora. Ma era già chiaro che si sarebbe arrivati al momento della verità; con un disavanzo annuo di quasi 30 milioni di euro e sovvenzioni pubbliche che sfiorano i mille euro per spettatore pagante. Avendo una certa esperienza di liquidazioni aziendali, chi scrive ha di recente proposto la possibilità di liquidazioni di rami d’azienda. E coro e orchestra rappresentano specifici rami d’azienda. Attenzione, negli ultimi vent’anni altri “rami” dell’Opera di Roma Capitale hanno subito forti riduzioni di personale. Un esempio è la biglietteria. Un altro è il servizio stampa, diventato uno dei più snelli ed efficaci d’Italia. Non solo: è stato posto a referendum un piano industriale che avrebbe assicurato un “aiuto-ponte” dai contribuenti in cambio di revisioni nella pianta organica e di prassi che portano i costi unitari tra i più alti in Europa. Il 40% dei dipendenti (quasi tutti coristi e orchestrali) non hanno partecipato al referendum, che è stato approvato dal resto dei dipendenti quasi all’unanimità. Senza un riassetto, sarebbe stata inevitabile la liquidazione coatta della fondazione. 

Ricordiamo alcune cifre: 

- il complesso orchestrale (oltre 90, che si vorrebbero portare a 110) è il doppio di teatri come la Deustche Oper Berlin, che ogni anno fa oltre 220 recite di opere e balletto (rispetto alle 70 del Teatro dell’Opera).

- il personale fruisce di indennità inaudite in senso etimologico in quanto mai udite nel resto del mondo, quale la trasferta per spettacoli alle Terme di Caracalla e il privilegio di non suonare in due repliche successive, anche se a diversi giorni di distanza.

- alcuni tra le maggiori voci e le principali bacchette si rifiutano di lavorare a piazza Beniamino Gigli e dintorni dato che non si hanno certezze sui calendari degli spettacoli. 

Il licenziamento non deve essere inteso come misura punitiva ma come strumento per dare un futuro al Teatro dell’Opera di Roma Capitale. Le esternazione delle prestazioni artistiche di coro e orchestra è prassi in gran parte del mondo, innesca competizione (dal latino “cumpetere”, cercare insieme), migliora la competitività. I musicisti e i coristi potranno aggregarsi in cooperative e associazioni e gareggiare per appalti di servizio con il Teatro dell’Opera di Roma Capitale. È ciò che avviene nei migliori teatri tedeschi e austriaci; ad esempio, i Beliner Philamoniker e la Dresden Staatkapelle hanno contratti sia con importanti teatri d’opera sia con organizzazione sinfoniche; i Wiener Philarmiker hanno tre datori di lavori principali la Staatsoper, il Musikverein e il Festival di Salisburgo. Anche l’orchestra che abitualmente suona nei due maggiori teatri di Monaco è una cooperativa che opera su contratto di servizio con il National Theater e il Prinzregent Theater. Il modello è diffuso non solo nel mondo tedesco, ma pure in Spagna. Anche in Francia solo i teatri d’opera “nazionali” (poco più di una mezza dozzina) hanno orchestre interne. A Parigi, il Teatro degli Champs Elysées e lo Châtelet producono opera ma si servono di volta in volta di differenti orchestre, come Les Arts Florissants e Les Musiciens du Louvre. Negli Stati Uniti, a quanto sappiamo, solo il Metropolitan House (che lavora tutto l’anno) ha un’orchestra propria. Anche in Italia, per anni il Teatro Regio di Parma ha utilizzato una cooperativa di musicisti. Due dei migliori spettacoli visti in vari teatri italiani e stranieri (Il ritorno di Ulisse in Patria di Monteverdi e Rinaldo di Handel) sono stati portati in una decina di teatri da quel gioiello che è l’Accademia Bizantina diretta da Ottavio Dantone. In questi giorni l’orchestra milanese I Pomeriggi Musicali accompagna in sette teatri italiani e tre francesi una versione radicale di Don Giovanni con la regia di Graham Vick. È un modello che guarda al futuro. Lo tentino tutti, dato che il passato recente ha portato il Teatro dell’Opera di Roma Capitale sull’orlo della bancarotta.



 


 

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