Bach non era “musica per tutti” ai suoi tempi e non lo è certamente adesso. Eppure Bach era riuscito a rinnovare l’interesse per la Passione-Oratorio ai suoi tempi e ci è riuscito anche ieri: incredibile vedere un Auditorium Giovanni Agnelli gremito di persone attente, rapite dalla lettura del testo sul libretto di sala e dall’ascolto, dall’inizio alla fine. Forse è per questo che sin dalla prima esecuzione, il venerdì santo del 1724 nella Chiesa di San Nicola a Lipsia, la Passione secondo Giovanni, e le altre successive Passioni, suscitavano sempre grande clamore e affluenza di fedeli. Probabilmente molto è dovuto al fatto che avendo Bach riportato in auge la tradizione di utilizzare il testo evangelico originale, piuttosto che versi liberi variamente composti, egli sia riuscito a raddoppiare il significato profondo, umano e religioso, del testo attraverso le parole e attraverso la musica. Narrazione dunque tesa e religiosamente rispettosa, resa ieri al Lingotto da un espressivo Evangelista (Werner Güra), con alcuni momenti di riflessioni lasciati ai corali, ai cori, alle arie e agli ariosi. Da brivido l’attacco del coro dopo il breve preludio orchestrale sulle parole “Herr!” (“Signore!”). Molto intensi i passaggi drammatici sul tradimento di Pietro, i dialoghi tra Pilato e Gesù (Arttu Kataja), il prendere corpo della folla insistente e spietata (Bach utilizza la stessa musica per tre cori ed è certamente voluto per sottolineare l’ostinazione di popolo e sacerdoti) e la parte finale della crocifissione dove tutto “È compiuto”. Poco da aggiungere sui protagonisti dello spettacolo che non dicano già i riconoscimenti ricevuti in questi anni: dalla pluripremiata Akademie für alte Musik Berlin (Berlino, 1982), al RIAS Kammerchor considerato da “Gramophone” uno dei dieci migliori cori al mondo, al direttore d’orchestra René Jacobs, ai solisti  di fama internazionale. Solisti che hanno interpretato con rigore e con estremo rispetto la partitura riuscendo a farci sentire davvero all’interno di un momento solenne, quasi fossimo all’interno di una chiesa durante la Pasqua. Emblematica, in questo senso, anche la scelta di non prevedere l’intervallo dopo la prima parte dell’oratorio, e il gesto del direttore d’orchestra di rimanere con il pugno sospeso in aria dopo la fine della prima e della seconda parte: quasi a voler fissare per un attimo nelle orecchie l’eco delle voci e della musica che si sono appena spenti. Quasi a voler offrire uno spunto di riflessione ulteriore che esula dalla spettacolarità teatrale, della quale tra l’altro Bach venne accusato, ma che va dritta al cuore dell’uomo, credente o meno. Il pubblico ha applaudito ben oltre dieci minuti e faticava ad andare via. Merito degli artisti e merito di Bach. Il compositore riesce, infatti, nonostante la sua scrittura musicale precisa e matematica, a esprimere qualcosa che va oltre le leggi dell’armonia e del contrappunto. Riesce a farci sentire la tensione, a farci intuire musicalmente i dubbi e le angosce di un “Dio vero Dio e vero uomo”, le debolezze ancora più umane dei suoi fidi apostoli, i dubbi di un Pilato che è apparso quanto mai costretto a prendere decisioni forzate dal popolo. Riesce a farci vivere il dolore di una morte ingiusta e salvifica, di una risurrezione che pare impossibile ma che rimane l’unica vera speranza di chi ha assistito alla tragedia della morte di Cristo. D’altro canto se è vero che l’organo fu per Bach il punto di partenza, Dio rimase sempre il punto di arrivo della sua composizione.



 


 

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