Sessant’anni fa Bertolt Brecht debuttava in Italia, al Piccolo Teatro di Milano, con “L’Opera da tre soldi, regia di Giorgio Strehler. Paolo Grassi e Giorgio Strehler avevano scoperto e ammirato il drammaturgo tedesco e avevano voluto fortemente portare in scena questo testo che racchiudeva nel nome stesso il senso della sua creazione. Un’opera a metà tra prosa e musica, definito da Brecht proprio “un pezzo con musica”, a cui potevano accedere tutti perché il biglietto di ingresso costava poco (tre soldi appunto) ma che diceva tanto, a molti. Un concept che si legava perfettamente al DNA del Piccolo di essere “Un teatro d’arte per tutti”. La storia è quella del criminale Meckie Messer che, in una Londra vittoriana, sposa Polly Peachum, generando le ire dei due genitori di lei. Il padre Jonathan Jeremiah Peachum, noto “manager” dei mendicanti della città, e la madre Signora Peachum, cercheranno di farlo arrestare dal capo della polizia Jackie “Tiger” Brown. Alla prima, il 10 febbraio 1956, era presente lo stesso Brecht, che si congratulò con Strehler per la resa scenica inviandogli una missiva, rimasta nella storia del Piccolo, che recitava: “Caro Strehler, mi piacerebbe poterle affidare per l’Europa tutte le mie opere, una dopo l’altra. Grazie. Bertolt Brecht”. Il drammaturgo tedesco morirà sei mesi più tardi, lasciando incompiuto questo progetto. Il Piccolo sarà, però, rimarrà per sempre legato al regista di Augusta, tanto da metterlo in scena per ben ventotto volte. Non stupisce quindi che il 19 aprile scorso, al Piccolo si respirasse aria di emozione per il debutto della nuova produzione de “L’Opera da tre soldi” con la regia di Damiano Michieletto. Il regista veneziano, molto conosciuto soprattutto nel mondo dell’opera lirica e attualmente impegnato in altre numerose produzioni in Italia e all’estero, è noto per la sue interpretazioni critiche e spesso ricche di accenti forti che gli sono valse tanti consensi e anche qualche contestazione. Il Teatro Strehler di via Rovello era sold-out, con un pubblico variegato di giovani e non, tutti ugualmente incuriositi dalla nuova rappresentazione. Alla serata erano presenti anche volti noti del teatro, come Andrea Jonasson, della tv, del giornalismo e della musica. La prima sorpresa dell’allestimento riguardava sicuramente il sipario cabarettistico che, come una veste dorata, viene squarciata dalla storia del delinquente Meckie Messer. Michieletto usa un lungo flashback e racconta la storia “straniandola” in maniera brechtiana, non per mezzo di cartelli e scritte ma con l’uso della location: il tribunale di un carcere, che ospita di volta in volta la scena. Il tempo, incipit a parte, scorre in maniera lineare ma la scenografia ci riporta sempre nello stesso luogo e, contemporaneamente, all’inizio e alla fine della storia creando un effetto straniante circolare. A questo scopo anche i personaggi sono sempre sul palco, in un luogo e in un tempo presente che però si apre al passato, e i cambi scena avvengono a sipario aperto. Originale a questo scopo anche l’utilizzo di momenti “freeze” che evidenziano la finzione teatrale. Tra i vari personaggi, leggermente stilizzati in tipi teatrali nella recitazione, il protagonista Marco Foscari (Meckie Messer) è sicuramente il più disinvolto e intenso sul palcoscenico e riesce a tenere alta la tensione emotiva dall’inizio alla fine. Nel cast anche attori più noti come Peppe Servillo (Signor Peachum), arrabbiato e credibile suocero di Messer, e Rossy de Palma nel ruolo dell’eccentrica e ambigua prostituta Jenny delle spelonche. I protagonisti sono interpretati da Maria Roveran, ribelle e dolce Polly Peachum, e Sergio Leone, risoluto e autorevole Jackie “Tiger” Brown, e Margherita Di Rauso, nel ruolo dell’impassibile Signora Peachum. La scelta registica è quella di creare una recitazione molto veloce e scorrevole, anche troppo in alcuni momenti, che lascia spazio ad un lungo momento di sospensione all’inizio del secondo atto con l’immagine di alcuni migranti che, dopo aver invocato invano del cibo da dietro le sbarre di una prigione, annegano disperati. Sicuramente forti le analogie con i fatti di cronaca dei giorni nostri, che ci mostrano come Brecht non sia per niente un autore poco contemporaneo. Il regista ha scelto di spazzare via l’ironia dalla scena e di rompere il quarto muro anche con una traduzione delle canzoni e del testo, quest’ultima a cura di Roberto Menin, non troppo perbenista che va a svecchiare Brecht senza stravolgerlo. In buca, l’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi diretta da Giuseppe Grazioli. La musica è quella originale della partitura di Kurt Weill, che è stata resa in modo tale da legarsi perfettamente alle parole evitando i passaggi netti tra recitato e cantato ma muovendosi verso un “parlar cantando”. Le scelta per gli interpreti, anche in questo senso, è stata quella di affidarsi a voci non liriche che, pur nell’imperfezione e nelle sporcature della voce non impostata, hanno reso molto più realistico e vivido il messaggio del testo, che diventa più ricco di significato proprio nei momenti musicali. Una sfida, dunque, non facile a cui Michieletto ha approcciato da un lato con rigore filologico, dall’altro con una nuova lettura del testo, scritto ben ottantotto anni fa, che di per sé facilita il compito per le tematiche incredibilmente attuali: il cinismo che non conosce amore, onestà e solidarietà umana e che contraddistingue tanto gli sfruttatori seriali quanto i delinquenti per scelta, due facce della stessa medaglia (come canta Meckie Che differenza c’è tra un pacchetto di azioni e un grimaldello, che differenza c’è tra uccidere un uomo e ridurlo a forza lavoro?”). Il pubblico si è lasciato trasportare dalla visione del regista e ha mostrato particolare apprezzamento per alcune scelte linguistiche molto dirette e immediate. Il lungo applauso ha celebrato un’operazione coraggiosa e non certo facile che ha sfidato la tradizione senza per questo risultare banale.

 

Lo spettacolo sarà in scena al Teatro Strehler fino all’11 giugno.

Per info e biglietti: https://www.piccoloteatro.org/



 


 

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