A pochi giorni dalla prima esecuzione in tempi moderni (3 febbraio) de La Bella Addormentata nel Bosco” di Ottorino Respighi al Teatro Lirico di Cagliari, dove ha avuto un enorme successo, la fiaba di Charles Perrault è arrivata, sulle punte, l’8 febbraio al Teatro dell’Opera di Roma nella notissima versione di Peter Illich Tchaikovsky con la coreografia di Jean Guillaume Bart che, in questo lavoro, conserva intatto il gusto per lo stile classico di Marius Petipa. E’ un nuovo allestimento, ma non troppo. Le atmosfere che si richiamano alla fiaba sono evocate dalle scene e dai costumi di Aldo Buti e risalgono ad un allestimento che debuttò nel 2002. Sono però di grande effetto. La bacchetta di David Coleman dilata i tempi, rispetto ad esempio, a quella di David Garforth che la concertò a Roma nel 2014. La versione proposta è integrale: circa quattro ore di spettacolo (inclusi due intervalli di 25 minuti ciascuno). “La Bella Addormentata nel Bosco” di Respighi è nata come spettacolo per marionette denso di ironia nei confronti di musicisti dell’epoca. Quella di Tchaikovsky non è una fiaba per bambini nonostante commissionato dai Teatri Imperiali proprio per soddisfare le famiglie dell’aristocrazia. E non ha neanche un pizzico di ironia. 

Musicalmente e drammaturgicamente il balletto è prossimo a “Il Lago dei Cigni”  (composto 13 anni prima)  ma con dettagli più elaborati. Per quanto considerata “l’apoteosi” del balletto classico, la partitura anticipa la morbosa sensualità delle ultime sinfonie di Tchaikovsky.  La bacchetta di David Coleman, ne tiene conto: i suoi tempi dilatati sono intrisi di sensualità. Tra i molti aspetti della sua figura poliedrica, di compositore quanto mai istintivo e appassionato e al tempo stesso estremamente attento alla cesellatura formale, spicca la sua straordinaria sensibilità timbrica. Tchaikovsky seppe indagare le possibilità espressive degli strumenti tradizionali, in particolare i fiati, ricavandone suoni e impasti originali, raffinatissimi e inconfondibili. L’importanza che egli attribuì ai colori dell’orchestra fu tale da relegare la produzione pianistica in secondo piano, nonostante la straordinaria fama guadagnata dal suo primo concerto per pianoforte e orchestra. Sul palcoscenico le belle scene tradizionali, i ricchi costumi e l’elegante coreografia, sono una gioia per gli occhi. In buca, Coleman riflette l’inquietante natura di una partitura composta quando il compositore era nel pieno della deriva sulla sua identità più intima che in meno di tre anni lo avrebbe portato al suicidio. La fiaba si svolge in un clima morboso, nonché fortemente erotico, con preannunci della morte.

Jean-Guillaume Bart è per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma in qualità di coreografo ospite – nominato étoile all’Opéra di Parigi nel 2000 proprio nel ruolo del Principe Désiré, durante una pausa in sala. Il suo intervento è legato alla coerenza drammatica. In questo ha cercato di ascoltare la musica di Tchaikovsky con un orecchio nuovo. Marius Petipa è intervenuto spesso in maniera radicale sulla musica. Recuperando la partitura nella sua omogeneità e interezza se ne serve per dare unità teatrale al lavoro, un senso drammatico, vero. Ritorna a una pantomima più fluida e leggera; la musica rende scorrevole il racconto. Il corpo di ballo non è uno sfondo decorativo, quasi neutro, è parte attiva che deve apportare una dinamica all’intera azione. Jean-Guillaume Bart lavora per questa versione a stretto contatto con Patricia Ruanne, qui coreografa assistente, il maestro e assistente alla direzione del Ballo Benjamin Pech, il primo maître Frédéric Jahn e con la stessa direttrice del Ballo Eleonora Abbagnato.

A impreziosire questo allestimento dancers ospiti, Iana Salenko e Vito Mazzeo, la prima ballerina Rebecca Bianchi, i solisti Susanna Salvi, Claudio Cocino e Giacomo Luci, la solista Marianna Suriano nel ruolo della Fata dei Lillà e Annalisa Cianci in quello di Caratasse. L’8 febbraio, al termine dello spettacolo Claudio Cocino è stato promosso sul campo primo ballerino. 



 


 

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